Noi e la storia. Chi siamo veramente?
Su quale bilancia si pesa la vita di un uomo? Secondo quale ordine si tirano le somme, da cui risultano il guadagno e la perdita di questa vita, e appare chiaro il suo senso ultimo? Di fronte alla natura non si può parlare di bilancia, perché tutto va come deve andare secondo la sua legge intrinseca. Ma nell’uomo l’agire e l’essere sono affidati alla libertà, e libertà significa che si può fare qualcosa di giusto, ma anche di sbagliato, che si può preservare qualcosa ma anche che qualcosa si può corrompere. Qual è dunque la bilancia, e quale l’ordine?
[In: Romano Guardini, La Rosa Bianca, Morcelliana, 1994, pagine 84, € 8. Commemorazione di Sophie e Hans Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf e prof. Dr Huber* – discorso pronunciato a Tubinga il 4-11-1945]
*membri del gruppo di resistenti tedeschi La Rosa Bianca, giustiziati dal regime nazista nel 1943.
Di solito quando si pensa all’espressione scrutare i segni dei tempi, che venne usata nella costituzione pastorale Gaudium et spes (n.4) del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), si pensa ai tempi correnti, a quelli che stiamo vivendo nell’oggi. Il grande insegnamento del papa Giovanni Paolo 2° (regnante dal 1978 al 2005) fu di considerareil dovere di fare memoria veritiera anche del passato, per discernere anche in esso ciò che merita di essere preso ad esempio e quello che invece deve essere lasciato alla storia come manifestazione non più attuale o addirittura negativa: si tratta del lavoro che egli chiamò di purificazione della memoria.
In un certo senso siamo abituati a farci narrare la nostra storia di collettività religiosa dai nostri capi, ma questo non rientra nel compito che riteniamo essere esclusivamente loro. Tutti siamo chiamati a ragionare sulla nostra storia, in particolare noi laici che abbiamo il compito specifico di ordinare secondo Dio le realtà temporali, vale a dire di costruire, in ciò che è umanamente possibile, un ambiente e una società dove gli esseri umani possano essere felici, secondo le nostre prospettive religiose.
Non si tratta naturalmente di mettersi al posto di Dio e di anticipare presuntuosamente il giudizio finale sull’umanità e sui singoli suoi membri, evento sul quale in questo tempo liturgico di Avvento poniamo particolare attenzione. Poiché però noi non siamo stati creati dal nulla e in un nulla, ma siamo nati una determinata storia nella quale ci siamo progressivamente inseriti con un ruolo sempre più attivo e dalla quale siamo stati anche determinati e condizionati, innanzi tutto in ciò che si definisce la cultura del nostro popolo, il complesso di concezioni, abitudini, schieramenti, modi di esprimersi e via dicendo, è nostro dovere, anche religioso, darne una valutazione, che ci riguarda da vicino, in quanto ha ad oggetto una esperienza di cui siamo parte.
Nella coscienza religiosa si è sempre saputo che intere società possono andare contro i valori religiosi: è questo anche l’insegnamento biblico. Molto più recente è la consapevolezza di doversi attivare religiosamente per combattere quelle che vengono definite strutture sociali di peccato. Questa espressione si trova in particolare nel magistero degli anni ’80 del papa Giovanni Paolo 2°. Certe organizzazioni della società, intese come istituzioni o movimenti, favoriscono o inducono al peccato, cioè a violare doveri religiosi. E’ un fenomeno che i cristiani hanno sperimentato fin dalle origini, fin da quando le istituzioni dell’impero romano pretendevano da loro l’ossequio religioso agli dei antichi. Ai tempi nostri abbiamo preso coscienza che lo schiavismo fu una struttura di peccato, ma si è trattato di una evoluzione culturale piuttosto lunga e travagliata. E’ stata considerata una struttura di peccato quella dei movimenti che inducevano alla lotta di classe, ma parallelamente, e su base biblica, si è anche presa maggiore consapevolezza che pure l’ingiustizia su base classista, dunque quella di coloro contro i quali si dirigeva la lotta di classe, è una struttura di peccato. Nel 2000, durante il Grande Giubileo che si celebrò quest’anno, si assistette a una spettacolare evoluzione di questa concezione: la Chiesa, guidata dal Papa, si impegnò a riflettere su ciò che nel proprio impegno storico aveva costituito struttura di peccato, proponendosi di distaccarsene.
Di solito, quando riflettiamo sulla nostra esperienza religiosa, tendiamo a schierarci tra i buoni e poi partiamo con varie critiche, più o meno veementi, che riguardano quelli che non la pensano o non fanno o non sono come noi e facciamo loro la morale. Non sto a fare esempi, perché sicuramente ciascuno li ha in mente. Pensiamo di essere gente pacifica, ma in realtà l’Italia ha un corpo di spedizione militare in Asia. Facciamo parte della parte più ricca dell’umanità e siamo piuttosto preoccupati del processo globale di ridistribuzione di una parte delle ricchezze del mondo che si sta producendo a favore di popoli che solo recentemente sono usciti dal sottosviluppo. E se dovessimo fronteggiare strutture sociali di peccato che furono quello che schiacciarono i resistenti tedeschi del gruppo della Rosa Bianca, come ci comporteremmo. Innanzi tutto: saremmo capaci di esprimere una veritiera, coraggiosa ed efficace critica sociale?
Qualche volta, quando si parla dell’impegno dei laici cattolici nel mondo, li si pensa un po’ come dei piazzisti del sacro, dei venditori porta a porta di religiosità, sulla base delle indicazioni espresse dai capi della ditta, del loro catalogo. Si ha qualche difficoltà nel vederli invece impegnati un una riflessione creativa che riguardi anche i principi e i valori, sulla base del lavoro di purificazione della memoria e di approfondimenti personali che facciano reagire fede e vita. Questo accade all’interno della nostra Chiesa, ma anche fuori di essa. Spesso la persona di fede viene vista come un soggetto eterodiretto e incapace di autonomia di giudizio. Un credulone affascinato dal sacro.
Riprendere in mano i documenti del Concilio Vaticano 2° può far apparire la sproporzione tra gli impegni che, già negli anni Sessanta, si ritenne di affidare al laicato e ciò che poi si è fatto in questo campo. E tuttavia dobbiamo tener conto che un lavoro religioso non è condizionato dalle forze concretamente disponibili in campo o dal tempo che si ha a disposizione per agire. Esso vive nella prospettiva degli ultimi tempi ed è sempre svolto nella prospettiva dell’Avvento. Per quanto effettivamente la nostra buona disposizione d’animo e i nostri sforzi concreti contino, e siano manifestazione della nostra adesione interiore alla fede comune, il compimento di tutto non dipenderà da noi e c’è tutto il tempo che occorre per fare quello che si deve.
Anche il piccolo gruppo dei resistenti della Rosa Bianca, che agiva anche in una prospettiva religiosa, non fu paralizzato dal considerare la scarsità del numero dei propri aderenti rispetto al mostro sociale contro il quale si dirigeva la loro critica sociale. A maggio ragione non dobbiamo esserlo noi, del gruppo parrocchiale di A.C. in San Clemente papa, che viviamo, tutto sommato, in tempi tanto meno complicati e pericolosi. Forse dovremmo però riscoprire l’entusiasmo dei nostri anni di gioventù, questo sì. E pregare che il nostro lavoro sia continuato anche da gente più giovane, nel nostro stesso filone ideale. Anche il sacrificio della Rosa Bianca fu fecondo in questo senso.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.