Fare memoria di un’alleanza
“…nell’episodio del roveto ardente (Es 3,2-6) sul monte Horeb, l’angelo del’Eterno (malakh Adonai) che appare a Mosè ‘in una fiamma di fuoco’ nel mezzo del roveto che non si consuma gli dice molto esplicitamente: ‘io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe’. La visione dell’angelo è dunque una teofania. […] L’Invisibile si presenta di nuovo, sotto la forma di un angelo, per vivificare in Mosé … quella alleanza ‘per le generazioni’ (ledorotam) (Gn 17,9).
[…]
Quella teofania rende visibile all’anima l’alleanza immemoriale tra Dio e la Sua creazione, alleanza che abitualmente l’anima non percepisce fintanto che guarda il mondo e le creature che vi si trovano attraverso una morsa di paura e di collera, di anticipazione avida e invidiosa, o fintanto che si rassegna alla protezione tragica della rinuncia e sprezza il desiderio”,
[da: Chaterine Chalier, Angeli e uomini, Giuntina, 2009, euro 16, pag.19, 20 e 26]
L’altro giorno discutevo di come, per quello che so, la nostra parrocchia perde la gran parte dei giovani adolescenti e ventenni iniziati nel catechismo alla vita religiosa e non li recupera più. E, in effetti, viene il momento in cui, nello sforzo di approfondire i temi della nostra fede e di ottenere un maggiore impegno, viene detto chiaramente loro, più o meno esplicitamente, che sono sbagliati, che la loro vita è tutta da rifare, che devono essere ricostruiti dalle basi, perché hanno toccato il fondo, in particolare perché vogliono fare l’amore e questo è, per loro che non sono sposati, peccato mortale. E’ chiaro che a questo punto loro scappano, perché, secondo natura, il loro mestiere, in quell’epoca della loro vita, è proprio fare l’amore. Non tollerano di sentirsi in questo come in libertà vigilata e di vivere con rimorso ogni soddisfazione sotto questo profilo, dovendo immediatamente pentirsene. Non è più come quando il prete diceva loro di “non toccarsi” e questo poteva essere accettato in un’ottica umana e religiosa insieme, perché si sentiva che quelle consuetudini, pur nella loro banalità, sarebbero state superate crescendo e che, anzi, crescere consisteva proprio nel superarle. Quando poi si cresce, e di solito ad un certo punto si trova un equilibrio nelle cose dell’amore, il problema si ripresenta sotto un altro aspetto, perché, quando si riprende in considerazione una prospettiva di fede, che in molti casi è la fede della propria tradizione familiare, quella dei “propri padri”, si trova un ostacolo nella pretesa etica religiosa di non porre ostacoli alla procreazione e quindi di affrontare l’amore con una fiducia che, ad un animo ragionevole, può apparire come un gioco d’azzardo, in cui però si punta tutta la propria vita. E poi, naturalmente, ci sono le difficoltà che sorgono nel caso di crisi e di fallimento dei matrimoni e di ricostituzione di nuovi rapporti coniugali. Non sono problemi di oggi, ma di sempre, fin dalle origini, millenni fa, tanto che si ritrovano nella Bibbia, ma un tempo ci si faceva meno caso, un po’ perché dai laici si tollerava una maggiore ipocrisia, specialmente dai maschi, e poi perché per la maggior parte delle persone il tirare a campare, in un mondo tutto sommato molto più difficile di quello dei nostri tempi, sovrastava tutto (con i problemi economici, le guerre, le malattie inguaribili, la violenza sociale che c’erano). Una certa ideologia repressiva nei confronti delle donne era poi vista come necessaria al mantenimento dell’unità delle famiglie e, come contropartita, si era poi più comprensivi verso di loro, viste come la parte debole e sottomessa di rapporti personali dominati inevitabilmente dal capriccio degli uomini. Nella nostra epoca invece, e specialmente dopo il Concilio Vaticano 2°, si pretende dai laici un’adesione molto più consapevole e coerente in tutti gli aspetti della vita e questo in un tempo in cui i modelli sessuali e familiari sono in veloce evoluzione e in cui il successo sessuale viene visto, anche in tarda età, come manifestazione di affermazione sociale in una società dominata dal consumismo e dall’esteriorità.
Cari lettori, non sono un sacerdote. A ognuno la sua parte. Non ho assunto il difficile impegno di risolvervi quei problemi o anche solo di aiutarvi in questo dandovi una direzione spirituale. E, lo dico francamente, non ho in tasca la soluzione per tutti, non saprei proprio come fare. Se poi volete conoscere la posizione del magistero, vi rimando al Catechismo della Chiesa cattolica. Nella mia esperienza di solito si riesce ad un certo punto a pacificarsi sotto quei profili ma si tratta di accomodamenti sempre piuttosto precari che vanno rivisti di quando in quando, e in questo la pratica sacramentale della penitenza qualche volta può aiutare. E’ più che altro un esercizio di sapienza umana, non facile, all’esito del quale, se le cose vanno bene e fintanto che vanno così, ci si compiace anche da un punto di vista religioso. Ognuno in questo deve essere piuttosto creativo, non deve aspettarsi che gli altri, anche autorevoli, abbiano modelli di stili di vita adatti alla sua propria condizione particolare. Lo sviluppo di una spiritualità adulta, matura, con l’aiuto del sacerdote, è fondamentale in una prospettiva religiosa. Penso in definitiva che un laico come me, nel relazionarsi con gli altri intorno a lui, dovrebbe lasciare certi temi alla coscienza delle persone, nel rispetto della loro dignità umana.
In Azione Cattolica, specialmente in quest’Anno della Fede in cui cerchiamo di approfondire le ragioni della nostra appartenenza religiosa, sentiamo di avere molto bisogno di persone di fede più giovani d’età, che però si tengono ancora lontane. Non possiamo assicurare loro che in parrocchia non troveranno problemi sulle questioni delle relazioni sessuali, perché questo è un aspetto della vita delle persone umane che interroga gli spiriti religiosi e quindi ci si discute su. Accade anche in altre religioni. Quello che possiamo garantire è che in Azione Cattolica sarà sempre rispettata la loro dignità umana e che non si tenterà di imporre loro da parte nostra, sotto sanzione di esclusione, un certo stile di vita. Come ci è stato ricordato nel Sinodo dei vescovi che si è concluso domenica scorsa, la Chiesa è la casa di tutti i battezzati, anche di coloro che, pur sentendosi persone di fede, per tanti motivi non riescono a vivere in tutto secondo le prescrizioni della morale religiosa corrente. Su certe cose si ragiona, per cercare insieme soluzioni che poi ognuno proverà ad applicare nella propria vita, se crede. E possiamo anche dire che l’impegno in Azione Cattolica non è principalmente diretto a dare orientamenti sessuali. Esso ha invece maggiormente a che fare con l’idea di cercare di radunare le persone umane in un popolo nuovo, unito intorno a certi grandi ideali, che per noi assumono anche una prospettiva religiosa. In questo viviamo un’epoca propizia, perché nell’Europa di oggi viene data molta importanza a questo sforzo, tanto che si è prodotto un imponente moto centripeto di genti verso il nostro continente. Di recente noi europei abbiamo avuto il Nobel per i tanti decenni di pace che si è riusciti ad ottenere da noi e la pace è un tema che ha una forte valenza religiosa. L’aspetto peculiare dell’esperienza religiosa è che essa non cerca di federare le genti sulla base di compromessi di interessi o di uno scambio di equivalenti, come accade nei contratti commerciali, ma a partire da un’interiorità che per noi, comprendendo per molti aspetti realtà soprannaturali, assume il connotato di una spiritualità. Accade, ad un certo punto, in molte vite che, nel mondo di tutti i giorni, si colga, nella propria interiorità ma non solo emotivamente perché c’entra anche la ragione, un senso dello stare insieme dell’umanità che va oltre quello che ordinariamente guida le nostre azioni e che spesso ci lascia insoddisfatti. E’, in un certo senso, l’esperienza di Mosè sull’Horeb evocata nel libro della Chalier. Una interpretazione di quell’episodio è che le fiamme del roveto fossero immagine di fiamme interiori. Mosè era fuggito dall’Egitto dopo aver ucciso un sorvegliante che vessava gli ebrei, asserviti dalla violenza del popolo in cui si erano rifugiati. Nella paura per la propria sopravvivenza, che lo aveva determinato alla fuga, aveva represso il desiderio di tornare per attuare la liberazione di coloro che erano schiavi. E’ a partire dalla sua interiorità che si attua un suo cambiamento di vita. Egli si sente in esilio nella terra di Madian, il luogo del suo rifugio, così come l’Egitto del faraone era terra di esilio per il suo popolo, e ora anche per lui. Egli vorrebbe agire in favore della sua gente, ma è bloccato dalla paura. La forza di determinarsi secondo il suo profondo desiderio, vincendo quel timore per la propria vita, gli viene dalla memoria dell’antica alleanza, che non era un patto tra potenze terrene, ma con l’Eterno, del quale egli, ad un certo punto, riesce nuovamente a sentire la voce che chiama all’azione, quindi ad alzarsi e andare.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli