venerdì 30 novembre 2012

Eterno presente o apertura verso un futuro diverso?

Eterno presente o apertura verso un futuro diverso?
(30 novembre 2012)


Da parte di Abramo dunque … emerge una disponibilità all’accoglienza dei tre uomini, dei tre stranieri che, inesplicabilmente, si trovano improvvisamente davanti a lui. La tradizione mistica di Israele qualificherà questa disponibilità come bontà o carità (“chesed”) ... li riceve: non come dei simili o degli uguali, ma come esseri misteriosi … e di grande importanza. […] Il presente di Abramo … improvvisamente è messo allerta da un mistero. Li riceve come se dei visitatori fossero, per principio, sempre messaggeri dell’Eterno, esseri che bisogna servire senza chiedersi se lo meritano. Messaggeri che per di più dovrebbero essere serviti prima di Colui che li ha inviati. Il che sembra –in ogni caso qui- il modo migliore per servirLo. [… ] Il presente … si trova liberato dalle limitazioni insopportabili e mortali perché si mostra capace di essere toccato dal mistero dell’altro, dalla sua presenza discreta e inafferrabile.
 In questo racconto della Torà è questo mistero che  fa dell’altro un inviato dell’Eterno –un angelo- e non è il fatto di aspettarsi dall’altro che risponda finalmente al mio desiderio e sia lo strumento della mia soddisfazione che porta a vedervi un angelo. [… ]
 Ricevere un angelo –il soffio e le parole dell’Eterno incarnati, fugacemente, qui e ora, in un uomo, in uno straniero – è dunque prendere delle iniziative – preparare da bere e da mangiare –senza cercare prima di familiarizzarsi con l’identità dell’altro e ancor meno chiedersi come trarne profitto per sé ,,, è considerare l’altro … irriducibile a ogni conoscenza che si pretenda di avere di lui.
 […] Il racconto studiato qui mostra come, grazie all’accoglienza di questo mistero, la chiusura nel presente si schiude e come ciò che sembrava impossibile è annunciato come possibile, la novità, l’avvenire, la nascita di un figlio […] Infatti solo l’alleanza della Parola e della carne fa vedere a una persona ciò che, fino a quel momento, restava invisibile, impercettibile o senza presenza di carne.
[In: Catherine Chalier, Angeli e uomini, Giuntina, 2009, pag.53-55; commento al racconto biblico di Gen 18,1, l’apparizione ad Abramo di tre uomini alle querce di Mamré]

 Uno dei pregi maggiori che alcuni pensatori del passato hanno visto in alcuni tipi di religiosità è l’apertura al futuro, all’inaspettato.  Nel cristianesimo è l’aspetto della speranza che ha colpito particolarmente anche fuori del nostro mondo.
 In religione si confida di essere liberati dalla morte e di essere salvati dalla pena eterna. Quando accadrà questo? Nessuno lo sa, ci viene insegnato; è scritto. Nei travagli dell’oggi siamo convinti però che qualcosa è cambiato, proprio nel mondo in cui viviamo, con la nascita di Gesù, migliaia di anni fa. E che alla fine dei tempi si avrà il compimento beato di tutto ciò che nella fede religiosa crediamo, con il ritorno glorioso di Cristo. Nel frattempo siamo però invitati a non rimanere inattivi. Bisogna rimanere vigili e pronti, come le sentinelle nella notte (così sosteneva Dossetti). In particolare bisogna scrutare i segni dei tempi, come fanno gli agricoltori nel loro mestiere, per capire quando è tempo di seminare e quando di raccogliere. Ma c’è di più: abbiamo la possibilità di influire sul corso dei tempi, su come vanno le cose nel mondo, e, in particolare noi laici, siamo stati invitati a farlo dai padri del Concilio Vaticano 2° e i nostri capi religiosi non cessano di ricordarcelo. Questa nostra attività sembra che non abbrevierà di un secondo il tempo che manca alla fine di tutto, ma manifesta il nostro assenso a ciò che religiosamente crediamo, è il nostro concreto amen.
 A parole sembra tutto facile, nella pratica molto meno, specialmente quando ci si propone di incidere su fatti sociali. Chi decide che cosa si fa per cambiare il mondo? Il Papa e i vescovi, i quali hanno formazione prevalentemente teologica e ci chiedono aiuto in tutto il resto? Decidiamo a maggioranza? E se poi le maggioranze, come è accaduto, si pervertono e, invece di tendere a ciò che conta, pensano prevalentemente al proprio tornaconto? E se non andiamo d’accordo su ciò che deve fare, come mantenere l’unità della nostra collettività religiosa?
 Come ho scritto, si tratta di temi sui quali soluzioni soddisfacenti non sono state ancora trovate, a mio parere naturalmente.
 Nella nostra parrocchia, ad esempio, convivono stili di religiosità molto diversi, che in qualche campo sono addirittura contrastanti. Alla fine allora si tende a stare con chi la pensa come noi e si fanno molte chiacchiere, spesso malevole, sugli altri. Una ricerca sul WEB ci convincerà facilmente che circolano in rete le accuse più tremende contro gli avversari, e sono sotto accusa addirittura Papi e Concili ecumenici.
 Non è che al di fuori della Chiesa le cose vadano meglio. Si parla in merito di estesa frammentazione sociale e di corporativismo. Ognuno pensa per se e, di scontro in scontro, si arriva solo a provvisori compromessi.
 Un esempio storico di ciò a cui voglio riferirmi lo abbiamo nella Palestina contemporanea. Proprio  lì, in luoghi sacri  a tre religioni, sembra rivivere l’esperienza desolante della biblica Babele. E anche noi cattolici pretendiamo di dire la nostra al massimo livello, concludiamo accordi, intavoliamo trattative. Ma con che risultati, poi? La mia spiritualità è poco legata a quei posti, che mi sembrano anche piuttosto inospitali come ambiente naturale, visti con gli occhi di un italiano. L’unico luogo a cui sono legato emotivamente è il “mare” di Galilea, che è tanto simile al lago dove vado in vacanza d’estate, quello di Bolsena. Ma capisco che il mio è  un punto di vista particolare, limitato, e che ci sono buoni motivi religiosi per occuparsi di quelle terre. Farlo pacificamente sembra però piuttosto difficile e la storia ce lo ha confermato e lo conferma ancora.
 Eppure l’attesa del futuro, la vera speranza, può avere in fondo solo natura religiosa.
 Un primo atteggiamento che vorrei provare a sperimentare è confrontarsi con gli altri senza preventivamente calcolare i vantaggi che ci verrebbero da un’alleanza con loro o, viceversa, gli svantaggi. E’ l’insegnamento che la Chalier ricava, sulla base della riflessione dei saggi ebrei, dal racconto biblico dell’incontro misterioso di Abramo alle Querce di Mamre. Quindi di cogliere negli altri ciò che supera l’utilità materiale che le loro vite possono darci.
 La religione ci dà la capacità di uno sguardo soprannaturale che consente di cogliere ciò che prima restava invisibile, impercettibile, e che quindi veniva trascurato. E’ così che ho spiegato alle mie figlie la protezione che i cattolici vogliono fornire a organismi umani che non hanno ancora o non hanno più la capacità di entrare in relazione con noi nei consueti modi degli esseri umani. E questo a prescindere da altre questioni più complicate come quelle che riguardano l’anima e via dicendo. Ma anche nei riguardi dei morti, di quelli che dal punto di vista scientifico non vivono più, che mi capita di incontrare spesso in certi miei turni di lavoro, l’animo rimane incredulo di fronte alla realtà fisica della fine, del disfacimento dei corpi, della cosificazione dell’essere umano, disgregabile in pezzi minuti nelle pratiche autoptiche, e, potente, emerge l’esigenza di aderire alla promessa di salvezza che in religione abbiamo accettato e professato.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.