Di padre in figlio – mie riflessioni
“Dopo aver tanto cercato, dubitato, sperato, cantato, pianto, pregato, ritroveremo il capo e la goda del gomitolo della fede, solo apparentemente ‘disperso’ nella storia degli uomini, perché lo trasmettessero di padre in figlio, disseppellendolo ogni volta dalla polvere, per ritrovare la traccia del sentiero fino a quel mattino di sole e di luna quanto tutti in insieme ‘là canteremo per sempre il grande alleluja del raccolto’ ”.
In Il gomitolo dell’alleluja – Di padre in figlio il filo della fede, di Paolo e Vittorio Emanuele Giuntella, AVE, 1986/2009;
Quando ci ritroviamo tra noi, in prevalenza ultracinquantenni, capita di parlare dei nostri figli. Constatiamo spesso che non possono essere con noi, anche quando cerchiamo di impersonare un intero popolo con alte idealità. Sono molto impegnati nello studio, nel lavoro o nella famiglia. A volta vivono lontani. Forse sentiamo che qualcosa è andato perso, o disperso, nel succedersi delle generazioni e temiamo che non possa essere più recuperato. E’ così che devono andare le cose? Sembra che lo sia, visto che quando tentiamo, come dire, di risalire la corrente, troviamo tante difficoltà e sperimentiamo molte delusioni.
Ma vi è di più. Non sempre possiamo dire che la nostra discendenza sia una benedizione, per noi e per il mondo intorno a noi. Forse, alla fine, riuscirà anche a impadronirsi delle nostre città, ma non per questo è sicuro che sarà più bello viverci.
Da ventenni si comincia ad avere desiderio dei figli, a cinquant’anni non è raro averne nostalgia.
Ci insegnano che la nostra fede ci costituisce come popolo, ma sarà poi vero, visto come va il mondo? All’inizio ci siamo forse effettivamente incamminati alla ricerca della “città futura e permanente”, ma certe volte ci pare di essere capitati in uno di quei valloni ingannatori dell’Appennino, ce ne sono nel massiccio del Gran Sasso, che, nonostante le apparenze, non portano poi da nessuna parte.
Ma, in definitiva, chi ci condannerà? E’ probabile, anzi, che siamo dalla parte giusta. Abbiamo cercato di mantenerci fedeli agli insegnamenti ricevuti, pur tra molte difficoltà e perplessità. Avanzando negli anni certi problemi tendono poi ad essere meno assillanti. Non di rado, infine, le sofferenze dell’età, gli inevitabili acciacchi fisici, sembrano in genere, anche a chi ci giudica in questa vita, penitenza sufficiente per le nostre colpe.
Acquietarci così? Tempo fa leggevo della comunità dell’Isolotto, a Firenze, e sembra che questa sia stata un po’ la scelta di coloro, ormai anziani, che vissero personalmente quell’esperienza, nell’effervescenza a cavallo degli scorsi anni ’50 e ’60. Anche se poi ho potuto constatare che in realtà essi hanno avuto epigoni.
Ma, forse, lasciandoci vivere così, giorno dopo giorno, non verremmo meno a un impegno che avevamo assunto quando eravamo più giovani, di cooperare a mantenere, e se necessario a ricostituire, l’unità del popolo dei fedeli? Non è fatta anche di un popolo la nostra fede?
Al punto in cui siamo, mi pare che non si tratti più solo di sperimentare nuove “tecniche” per ammaestrare, “formare”, i più giovani, vale a dire, dal mio punto di vista, tutti quelli che hanno meno di cinquant’anni. C’è un’alleanza che va riscoperta e forse rifondata insieme a loro. Ma è impresa che va intrapresa religiosamente, vale a dire senza far conto solo sulle nostre forze. Non da semplici realisti, ma anche un po’ da visionari. Come gente che sente comandi dall’alto ed è capace di una visione soprannaturale, che trasfigura le cose come di solito appaiono.
Mario Ardigò – Azione Cattolica di San Clemente Papa – Roma - Monte Sacro, Valli