venerdì 27 gennaio 2012

Teshuvà - pentimento e conversione - come impegno personale

Teshuvà  - pentimento e conversione  - come impegno personale

Nel 2009, rivolgendomi ad altri interlocutori scrissi:

“In una repubblica popolare e democratica 'tutti' sono re. Quindi è necessaria la giustizia. Questi re devono per forza essere giusti. Non come gli altri despoti capricciosi della storia. A questo servono le leggi in una repubblica popolare. A fare in modo che ‘tutti’ possano essere re. Non si può essere repubblica popolare, in cui ‘tutti’ sono re, senza la giustizia. Per questo, chi va contro la giustizia vuole impedirvi di essere re, abbiamo detto.
[…]
 Da un libro di Levinas ho saputo dell'antica saggezza, secondo la quale, quando il grande legislatore scese dal monte santo, e presentò la legge al popolo, il popolo proruppe in un ‘Faremo e udremo’. Non ‘Udremo e faremo’. E allora su ciascuno scese un angelo recando una corona da re. Essi infatti avevano accettato il patto che consentiva loro di essere re giusti, prima ancora di conoscere quello che si doveva e non doveva fare. Avevano accettato, innanzi tutto, di essere re giusti.
  Come convincere il nostro popolo a rimanere re e ad essere giusto?
Nella stagione della dilapidazione abbiamo distrutto mondi. Bisogna ricostruirli, con pazienza e amore. Trepidando per ognuno. Non rinunciando a nessuno. Ha scritto Aldo Capitini: ‘poiché ogni essere è attivo, anzi fa più di ciò che appare, e nell'unità con tutti esplica un dare non percepibile, ma effettivo come aiuto a produrre i valori (ciò che di bello, di vero, di onesto, di generoso si fa nel mondo), poiché non possiamo presumere di 'creare' valori da soli, questa è dunque una 'compresenza' , la realtà di tutti vista come una profonda e aperta unità creatrice, connessa a ogni essere per aiutarlo’.
  Abbiamo molto sbagliato quando abbiamo fatto una politica cinica, cattiva, violenta. Questa è la politica dei despoti. Dobbiamo fare una politica che innanzi tutto rispetti gli infiniti mondi vitali, mio zio Achille ci scrisse un libro su, che sorreggono la nostra vita. Non escludere nessuno, non disprezzare nessuno. Ancora con Capitini: interessarsi sommamente a tutti, sperare che la realtà di tutti arrivi a tutti gli esclusi per guarirli; scoprire che c'è sempre una non violenza più autentica e che ‘ieri eravamo violenti’. Capitini definiva questo come lavoro ‘religioso’ perché ci mette in rapporto con una realtà sommamente amata e rispettata, una ricerca ‘sacra’ perché comprende chi soffre e sta peggio di noi. Sulla via della più alta sovranità incontriamo l'esigenza della più alta giustizia.
  Io faccio parte di quella che, valutando solo il male commesso, potrebbe essere considerata una genia di malvagi persecutori. Noi cristiani siamo stati ciechi per millenni. Seguaci di maestri ebrei, del fariseo Paolo di Tarso, abbiamo perseguitato l'ebraismo, disprezzato le sue sante tradizioni, i suoi riti, le sue consuetudini; abbiamo infierito in modo inaudito su quel mondo vitale sul quale nondimeno continuavamo a invocare benedizioni: ‘Gerusalemme siano rinforzate le tue porte e i tuoi bastioni, scorra in te latte e miele, siano salvate le tue madri, crescano forti i tuoi figli...’. Questa la situazione in cui mi sono ritrovato, da cristiano. Ora che abbiamo finalmente iniziato a convertirci, noi cristiani, ora capiamo l'infinito amore che c'è dietro ogni gesto religioso dell'ebraismo, dietro ogni sua tradizione e preghiera, dietro ogni rito, e ci strazia l'orrore di quello che è stato fatto per tanto tempo. Il passato non può essere cambiato. Ma almeno per il presente e per il futuro, nei quali si può essere diversi, vorrei mostrare di aver imparato la lezione che ho ricevuto dalla storia e agire diversamente. ‘Teshuvà’, pentimento e conversione. E invitare i miei amici a fare altrettanto, quando insieme pensiamo a un mondo nuovo.
  Prima di compiere qualsiasi violenza, prima di cancellare sbrigativamente qualcuno dalla storia, prima di disprezzare qualsiasi consuetudine o idea delle quali magari non capiamo subito il senso, pensiamo bene se questa sia veramente la giustizia che ci serve per elevare ‘tutti’ ad essere re. Tutti i giorni mi pare che non manchino occasioni per esercitare questa ‘pazienza’, che significa apertura a tutti, aspirazione alla giustizia somma, lì dove misericordia e verità finalmente si incontrano e si baciano, come è scritto.”

Mario Ardigò – AC San Clemente Papa – Roma, Montesacro, Valli