lunedì 9 gennaio 2012

Rendere attiva la fede nella politica – da un testo di Roberto Gatti

Rendere attiva la fede nella politica – da un testo di Roberto Gatti
 Vi voglio presentare l’opera divulgativa Fede, ragione e politica nella città secolare di Roberto Gatti, docente di filosofia politica all’Università di Perugia. Il libro, di piccolo formato, è disponibile in libreria edito dall’Editrice AVE, dell’Azione Cattolica, al prezzo di € 8.00. Non si tratta di un’opera di facilissima lettura, benché l’autore si sforzi molto di semplificare i problemi e il linguaggio. Richiede un certo impegno da parte del lettore. Vuole indicare ai laici cristiani, per contribuire con la loro fede religiosa allo sviluppo di una  società civile ordinata democraticamente, la via del dialogo e della mediazione culturale.
“…risalta la perenne attualità di quanto molti anni fa affermava Giuseppe Lazzati quando faceva osservare che la caratteristica che deve contraddistinguere l’impegno del popolo di Dio nelle realtà temporali è quella che ‘il Concilio’ ha voluto chiamare’ l’arte di convivere e di cooperare fraternamente e di instaurare il dialogo ( Decreto Apostolicam actuositatem,29, sull’apostolato dei laici)  laicità significa, nel suo senso più pregnante, questa capacità di mediare costantemente tra i principi e la storia, di mettere in comunicazione le credenze più diverse, di comprendere e farsi comprendere.”
  Viviamo infatti in una società pluralistica, in cui sono presenti contemporaneamente varie concezioni religiose e politiche, a volte molto distanti, nessuna delle quali, se si vuole mantenere la pace, può pretendere di far accettare totalmente l’identità di cui è espressione. Nel confronto argomentativo  occorre cercare di tradurre alcuni essenziali contenuti di fede, sui quali è possibile l’intesa e il consenso anche dei credenti di altre religioni e dei cittadini privi di sensibilità religiosa, in modo da dimostrarne l’applicabilità nella società, in un determinato contesto storico politico. In questo lavoro di dialogo è essenziale l’uso della ragione, come strumento della mediazione culturale tra i principi di fede e la società in cui si vuole interagire.
“La pazienza e la fatica della ragione sono ingredienti essenziali per fare della religione un fattore  di crescita della democrazia … [il dialogo] esige che si sappia individuare il punto possibile d’intesa. Quest’ultima esigenza implica la rinuncia, da parte di ognuno degli interlocutori, d qualche elemento incluso nel bagaglio delle sue convinzioni. Insomma il confronto dialogico comporta anche una componente, se la si può definire così, di parziale ‘sacrificio’ della propria identità culturale, religiosa, morale, politica. … ciò che caratterizza il difficile ‘equilibrio riflessivo’ tra dottrine e punti di vista pluralistici e spesso divergenti è l’atteggiamento della ‘ragionevolezza’, che è prima di tutto ed essenzialmente un requisito morale, vale a dire la disponibilità ad ascoltare gli altri, a mettere in discussione le proprie convinzioni, ad accettare gli ‘oneri del giudizio’, a ricercare un’ “intersezione tra le posizioni in campo. L’ “irragionevole” è colui che non sa seguire nessuna di queste pratiche e che pretende di avere il monopolio della verità. … [Nel dialogo nella società dobbiamo] accettare di essere ‘parte’, di costituire parte tra parti uguali con identici diritti nella discussione dei problemi inerenti la vita comune su questa terra.”
   In tempi antichi si riteneva che lo Stato dovesse occuparsi della virtù dei cittadini, secondo quanto esposto, ad esempio, nell’opera Politica del filosofo greco Aristotele (384-322 avanti Cristo): nessuna associazione umana può definirsi “politica” se non si prende cura della virtù dei suoi membri; la virtù dei cittadini, cioè degli uomini liberi, è decisiva per il buon funzionamento e il buon andamento della vita dello Stato; vi è un preciso dovere educativo che deve essere assolto nell’ambito dello Stato e che  deve mirare a insegnare quello che, dal punto di vista politico, è il fine più nobile della formazione della virtù, cioè l’inclusione del singolo nella totalità; gli uomini diventano buoni e virtuosi secondo tre elementi decisivi nello sviluppo morale, la natura, l’abitudine, la ragione; nell’educazione politica  occorre sviluppare la natura umana come natura razionale (dimensione universalistica) tenendo conto della particolare costituzione dei singoli Stati. Dall’età moderna, il cui inizio può essere rappresentato dall’opera Il Principe di Niccolò Machiavelli (1469-1527) la virtù pubblica invece “diventa mera tecnica guidata dalla prudenza intesa come capacità di previsione che possono nascere da questa o quell’azione del governante e come abilità di limitare gli imprevedibili colpi della fortunaanche quando non si contesta il valore delle virtù tradizionali, si afferma che l’uomo politico, se vuole mantenere lo Stato, deve saperle sacrificare (“ragion di Stato”). L’aspetto della morale individuale viene confinato alla sfera privata. Affermandosi la democrazia come regime politico tale tendenza è proseguita e, per un certo tempo, si è concepita la democrazia solo come metodo, procedura, per la risoluzione pacifica dei conflitti. Al contrario, nell’era contemporanea l’idea di democrazia viene strettamente congiunta all’affermazione dei diritti umani, per cui nell’agire politico diventa nuovamente importante non solo chiedersi “che cosa è giusto fare” (etica pubblica), ma anche “che cosa è bene essere” (morale personale). Oltre all’affermazione dei diritti di partecipazione alle scelte di interesse comune, diventano infatti costitutivi del concetto di democrazia l’indipendenza dall’interferenza arbitraria dello Stato o di altri e il superamento di condizioni di vita materiale inadeguate, tali da violare la dignità della persona e da impedire di usufruire effettivamente dei diritti civili e politici. Il tutto è centrato sui concetti di persona e della sua libertà, intesa anche come libertà dal bisogno. Vivere e interagire in una società pluralistica ordinata democraticamente richiede “una tensione continua verso la ricerca di un’intesa dialogica concernente le possibili basi condivise del convivere … …la democrazia è spazio della libertà  e quindi sintesi, storicamente maturata in un lungo lasso di tempo, dell’autonomia di scelta individuale, dell’autodeterminazione collettiva, dell’equità sociale”.
 Nell’individuazione del bene comune e quindi delle scelte conseguenti dirette a raggiungerlo i cristiani devono guardarsi dal presumere di possedere la verità. Essi hanno dei principi, definiti dal Magistero sociale, il quale garantisce ciò che deve rimanere fisso del messaggio cristiano, ma essi vanno interpretati, calati nelle diverse situazioni, tenendo conto della complessità di queste ultime e del loro, a volte repentino, mutare. Non deve pretendersi di arrivare a conclusioni assolute, ma a determinazioni che possono essere riviste, ridiscusse, cambiate in tutto o in parte. Nel dialogo nella società pluralistica sulle scelte politiche necessarie all’attuazione del bene comune a mediare è il pensiero che ragiona sulla storia e le condizioni presenti, “la ragione nel suo uso pratico”, che tenga conto  “della costitutiva complessità del reale e dei diversi punti di vista dai quali lo si può legittimamente considerare, delle diverse ipotesi di lavoro che possono essere formulate riguardo ad esso”. Questo è il lavoro di mediazione culturale, “quell’opera di collegamento, sempre in divenire e mai definitivamente conclusa che consiste nell’interazione tra fede e storia, un’interazione che non può mai essere prodotto di singoli individui, ma di un lavoro collettivo in cui si sedimenta nel tempo l’ascolto attento delle dinamiche in atto nella società e nel momento storico che ogni generazione di credenti è chiamata a vivere”. Le soluzioni politiche non possono essere semplicemente dedotte dalle verità di fede. Queste ultime possono influire nell’elaborazioni di politiche in una società democratica pluralistica mediante il “pensare per agire” e il dialogo, appunto quel lavoro di mediazione culturale di cui si è detto, campo in cui il ruolo del laicato, impegnato nei diversi campi della società civile, risulta determinante. E’ la fatica della prassi quotidiana, mai garantita dall’errore, fallibile per definizione, irriducibile a formule schematiche, necessitante di essere sempre sorretta e accompagnata dalla pazienza di una ragione “ragionevole”, che sappia sostenere il dialogo. Non si tratta di “diluizione” dei principi, perché, alla fine, occorre assumersi la responsabilità di assumere posizioni ben chiare, ma del lavoro indispensabile a incidere nella società civile senza la violenza che comporta ogni forma di fondamentalismo. Lo stesso “bene comune” va storicamente individuato in ciò che, in un determinato contesto sociale,consente la buona vita della moltitudine. Che il confronto talvolta sia arduo non è un motivo per disertarlo.
 La democrazia come oggi viene concepita, comprensiva dell’equità sociale, è entrata in tensione con il capitalismo contemporaneo. Occorre più politica per individuare nuove soluzioni, anche a livello sovranazionale. In un certo senso si deve di volta in volta costruire, in relazione ai problemi emergenti, una nuova democrazia. Di questo si è manifestato ben consapevole il Magistero, richiamando l’impegno del laicato (fin dall’enciclica Populorum progressio, del 1967, del Papa Paolo VI), molto meno lo è stata la politica, scaduta spesso a semplice mediazione di interessi egoistici. Occorre reinserire la dimensione della progettualità nell’azione politica.
Mario Ardigò - AC parrocchia S.Clemente Papa - Roma - Montesacro -  Valli