giovedì 12 gennaio 2012

Pio XII radiomess.Pentecoste 1941

appunti sul RADIOMESSAGGIO DEL PAPA PIO XII IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELLA “RERUM NOVARUM”

  In occasione della festa di Pentecoste del 1941 e ricorrendo il 50° anniversario della pubblicazione della “Rerum Novarum”, il Papa Pio XII diffuse un radiomessaggio per mezzo degli impianti della Radio Vaticana con la dichiarata intenzione di servirsi di tale commemorazione “per dare ulteriori principi direttivi morali sopra tre fondamentali valori della vita sociale ed economica” individuati nell’uso dei beni materiali, nel lavoro e nella famiglia. In realtà il messaggio culmina nella profetica visione di un ordine sociale nuovo  che sarebbe scaturito dall’immane fermento della guerra e sulle rovine di questo uragano mondiale. In esso viene affermato un diritto al lavoro  e l’esigenza di una giusta distribuzione del lavoro analoga a quella auspicata per i beni materiali, in vista della realizzazione del bene comune e della dignità della persona umana.

Sintesi del documento

1.Un messaggio di amore
 In un momento “in cui tutte le energie e forze fisiche e intellettuali di una porzione sempre crescente dell’umanità” si trovavano “sotto la ferrea inesorabile legge di guerra” si dichiarava di voler indirizzare al mondo intero “tra le difficoltà e i contrasti dei tempi presenti, un messaggio di amore, d’incoraggiamento e di conforto”.
2.La Chiesa ha il diritto di intervenire nelle questioni sociali che riguardano la morale
  Nel radiomessaggio si ribadisce “l’inoppugnabile competenza della Chiesa” ad intervenire “in quel lato di ordine sociale dove si accosta ed entra a toccare il campo morale”. Si constata che “dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male delle anime” e che quindi non è lecito alla Chiesa “tacere o fingere di non vedere e ponderare condizioni sociali che, volutamente o no, rendono ardua o praticamente impossibile una condotta di vita cristiana”.
3.Il possesso dei beni materiali è connesso con i diritti della persona umana - limiti dell’intervento dei pubblici poteri
 Si conferma che ogni uomo ha “il diritto fondamentale di usare dei beni materiali della terra” e che tale diritto può trovare la più varia disciplina giuridica, in modo da “ottenere che proprietà e uso dei beni materiali portino alla società pace feconda e consistenza vitale”, senza che però sia lecito sopprimerlo del tutto, essendo in “intima connessione con la dignità e con gli alti diritti della persona umana”. Si proclama che “compito essenziale di ogni pubblico potere” è di “tutelare l’intangibile campo dei diritti della persona umana e renderle agevole i compimento dei suoi doveri”. Si dichiara: “non è forse questo che porta con sé il significato  genuino del bene comune, che lo Stato è chiamato a promuovere? Da qui nasce che la cura di un tal bene comune non importa un potere tanto esteso sui membri della comunità, che in virtù di esso sia concesso all’autorità pubblica di menomare lo svolgimento dell’azione individuale sopra descritta, decidere sull’inizio o (escluso il caso di legittima pena) sul termine della vita umana, determinare a proprio talento  la maniera del suo movimento fisico, spirituale, religioso e morale in contrasto con i personali doveri e diritti dell’uomo, e a tale intento abolire o privare d’efficacia il diritto naturale ai beni materiali”. Si dichiara che è erroneo “affermare che il proprio scopo dell’uomo sulla terra è la società, che la società è fine a sé stessa, che l’uomo non ha altra vita che l’attende fuori di quella che si termina quaggiù“.
4.La ricchezza economica di un popolo dipende dalla giusta distribuzione dei beni.
  Nel messaggio si afferma che “...la ricchezza economica di un popolo non consiste propriamente  nell’abbondanza dei beni...bensì in ciò che tale abbondanza rappresenti e porga realmente ed efficacemente la base materiale bastevole al debito sviluppo personale dei suoi membri. Se una simile giusta distribuzione dei beni  non fosse attuata...il popolo, non chiamato a parteciparne, non sarebbe economicamente ricco, ma povero.
5.Vi deve essere una giusta distribuzione del lavoro - l’individuo ha diritto al lavoro
 “Al dovere personale del lavoro imposto dalla natura corrisponde e consegue il diritto naturale di ciascun individuo a fare  del lavoro il mezzo per provvedere alla vita propria e dei figli...tale dovere e il relativo diritto al lavoro viene imposto e concesso all’individuo in primo appello dalla natura, e non già dalla società...Dal che consegue che il dovere e il diritto di organizzare il lavoro del popolo appartengono innanzi tutto agli immediati interessati: datori di lavoro e operai. Che se poi essi non adempiano il loro compito...allora rientra nell’ufficio dello Stato l’intervento nel campo e nella  divisione e nella distribuzione del lavoro, secondo la forma e la misura che richiede il bene comune rettamente inteso.
6.La proprietà privata deve condurre al bene della famiglia - rendere accessibile alle famiglie la proprietà del terreno da lavorare - l’emigrazione: una occasione per impostare un’equa distribuzione dei terreni
 Nel radiomessaggio si afferma che “...la proprietà privata ha da condurre al bene della famiglia” e che “...tutte le norme pubbliche, anzitutto quelle dello Stato che ne regolano il possesso, devono non solo rendere possibile e conservare tale funzione...ma ancora perfezionarla sempre più”.
 In particolare sottolinea che occorre rendere accessibile alle famiglie rurali la proprietà di un proprio podere, di un proprio casolare, dove la famiglia possa radicarsi e raggiungere una propria stabilità in modo da essere veramente la cellula vitale più vitale e feconda della società.
 L’emigrazione può essere l’occasione per attuare in spazi più vasti, ancora “abbandonati al capriccio vegetale”, una distribuzione più favorevole degli uomini sulla superficie terrestre, adatta a colonie di agricoltori. A tal fine, sia gli Stati di origine sia quelli di destinazione degli emigranti dovranno essere solleciti a “eliminare quanto potrebbe essere d’impedimento al nascere e allo svolgersi di una verace fiducia tra il paese di emigrazione e il paese di immigrazione” e in tal modo “tutti i partecipanti a tale tramutamento di luoghi e di persone ne avranno vantaggio”.
7.Un  nuovo ordine sociale.
  Il pontefice dichiara di voler cooperare a una “futura organizzazione dell’ordine nuovo” che si augura nascerà dall’immane fermento della presente lotta, secondo le attese del mondo. Né si deve essere sfiduciati di fronte all’ostacolo del crescente paganesimo della vita pubblica, perché non bisogna mai essere paghi “di quella generale mediocrità pubblica in cui il comune degli uomini non possa, se non con atti eroici di virtù, osservare i divini precetti inviolabili sempre e in ogni caso. Dalla dottrina sociale scaturita dalla Rerum Novarum, rimosse le rovine dell’uragano mondiale deve iniziarsi il lavoro di ricostruzione di un nuovo ordine sociale, implorato degno di Dio e dell’uomo.

CONTESTO STORICO
 Il papato di Pio XII cominciò  nel 1939, l‘anno in cui scoppio la seconda guerra mondiale. La condotta del papa durante la guerra mondiale, in particolare con riferimento ai rapporti con fascismo e nazismo e alla questione ebraica è attualmente allo studio degli storici, tra molte polemiche.
 Tra il 1965 e il 1981 la Libreria Editrice Vaticana ha pubblicato, a cura dei gesuiti Pierre Blet, Robert A. Graham, Angelo Martini, Burkhart Schneider, in undici tomi, gli Atti e Documenti della Santa Sede relativi alla Seconda Guerra Mondiale. Una sintesi di tale materiale documentario si trova in BLET Pierre, Pio XII e la Seconda Guerra Mondiale, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1999, che io possiedo e che è ancora reperibile nelle librerie cattoliche. Ho letto tempo fa che altro materiale relativo al medesimo argomento non sarebbe stato ancora messo a disposizione degli studiosi, ma questa informazione va verificata.
 Al tempo della diffusione del radiomessaggio  sopra sintetizzato era in corso la Seconda Guerra Mondiale, scoppiata il 1-9-1939 con l’invasione della Polonia. Il Papa si era invano opposto, promovendo un’intensa attività diplomatica e diffondendo il 24 agosto di quell’anno un drammatico appello ai potenti del mondo redatto dal sostituto alla Segreteria di Stato Giovanni Battista Montini, all‘inizio delle ostilità. Il 10 giugno 1940 anche l’Italia era entrata in guerra. Gli Stati Uniti d’America non partecipavano ancora al conflitto pur aiutando l’Inghilterra con forniture belliche e non.
 Scrive Gabriele De Rosa in 3 Storia Contemporanea: “Il 1941 si era annunciato come un anno tragico per l’Inghilterra. Sul continente non aveva più alleati, In Africa i tedeschi minacciavano di troncare l’arteria (il Canale di Suez) che alimentava in buona parte l’economia di guerra degli inglesi”.
 Il fascismo e il nazismo avevano espresso al massimo grado la loro natura totalitaria.
 In Italia  nel settembre del 1938 gli ebrei erano stati esclusi dall’insegnamento. Gli alunni “di razza ebraica” erano stati esclusi dalle scuole pubbliche. Le librerie non potevano più esporre libri di autori israeliti e le case editrici non potevano più pubblicarli. Nell’ottobre del 1938 il Gran Consiglio del Fascismo aveva deliberato che gli ebrei non potessero essere iscritti al partito fascista, non potessero essere possessori o dirigenti di aziende che impiegassero più di cento persone, non potessero essere possessori di oltre 50 ettari di terreno, non potessero prestare servizi militare.  Nel novembre del 1938 era stato  disposto il licenziamento di tutte le persone di “razza ebraica” dipendenti di uffici pubblici statali e parastatali, scuole private, banche, imprese private di assicurazione. Nell’agosto 1939 gli ebrei erano stati esclusi dalla professione di giornalista ed era stato loro proibito l’esercizio di qualunque attività economica, dall’amministrazione di condomini all’allevamento di piccioni viaggiatori. Dal 1938 al 1943 vennero istituiti circa 50 campi di concentramento per ebrei, non ci fu regione italiana che ne fosse priva. Successivamente si contarono non meno di 113 luoghi di detenzione in territorio italiano, oltre a 22 in Jugoslavia e Albania (fonte: Fabio Galluccio, I Lager in Italia, Nonluoghi, 1993, citato in Famiglia Cristiana, n.4/03, “Viaggio nei campi dimenticati”).
 Nella Germania nazista dal 1933 erano stati istituti campi di concentramento per oppositori, ebrei e zingari. Già prima de 1938 erano stati internati circa ventimila ebrei. Nel 1938 vennero internati diecimila ebrei nel campo di Buchenwald. Nel 1940 la traduzione verso campi di concentramento di ebrei si intensificò. “Tra il 1941 e il 1944 una moltitudine di grandi e medie fabbriche si affiancarono a tutti i campi, avvalendosi della manodopera internata” (da GIUNTELLA Vittorio E., Il nazismo e i lager, Roma, Edizioni Studium, 1979).

Mie osservazioni
  La prefigurazione di un nuovo ordine sociale da parte di Pio XII  può collegarsi all’intenso lavoro culturale operato negli anni precedenti nei circoli cattolici (in Italia nella FUCI) sulla base del pensiero di Maritain e Mounier  e della tematica della crisi di civiltà. Il radiomessaggio non può non apparire profetico se si pensa che fu diffuso nel periodo di maggior virulenza della barbarie nazi-fascista.
Mario Ardigò - AC San Clemente Papa - Roma - Montesacro - Valli