Laicato italiano: il brutto anatroccolo – saggio di Fulvio De Giorgi
Questa settimana nel gruppo di AC si discuterà del saggio di Fulvio De Giorgi, professore universitario a Modena e Reggio Emilia, Il brutto anatroccolo – il laicato cattolico italiano, disponibile in libreria al prezzo di € 16, pubblicato dalle edizioni Paoline nel 2008. Si tratta di una lettura un po’ impegnativa, ma interessante. Contiene abbondanti riferimento al magistero ecclesiale e ai documenti del Concilio Vaticano II.
L’autore parte dalla constatazione che da giornali e televisioni “emerge spesso una immagine pubblica della Chiesa cattolica, e del laicato in particolare, sgradevole e sgraziata”, quasi come quella del brutto anatroccolo della fiaba: “un anatroccolo brutto, perché goffo e superato … avulso dal resto, dalle gioie, dalle speranze e dalle angosce degli uomini e delle donne normali.” E’ questione che coinvolge particolarmente i laici perché ai laici in particolare “spetta saper declinare nelle ‘situazioni secolari’ l’annuncio cristiano … dialogare con le culture in cui sono immersi, imparare ad ascoltarle, a metterle in crisi, a rianimarle alla luce del Vangelo”: così si legge nella lettera ai fedeli laici della Commissione episcopale del 27-3-05, Fare di Cristo il cuore del mondo (pubbl. in estratto nel blog) con la quale si è lanciato un forte appello a una nuova primavera del laicato.
Per l’autore occorre ripartire dal Concilio Vaticano II, che ha profondamente rinnovato lo statuto ecclesiale dei laici, vale a dire “l’insieme dei cristiani ad esclusione dei membri dell’ordine sacro [diaconi, sacerdoti, vescovi] e dello stato religioso sancito nella Chiesa [monaci e monache, frati e suore]” (cost.Lumen Gentium, 31). Nella nostra biblioteca non dovrebbe mai mancare un’edizione dei documenti del Concilio Vaticano II, che, secondo quanto disse il papa Paolo VI, sono il catechismo dei tempi nuovi.
E’ necessario, per De Giorgi, la riscoperta del senso storico tra i cattolici. In questa prospettiva emerge l’importanza del Concilio Vaticano II (1962-1965) che conclude una lunga fase della storia della Chiesa cattolica, iniziata nel 1775, caratterizzata da un orientamento anti-moderno, da un’organizzazione ecclesiale totalitaria e dall’utilizzo del cattolicesimo come ideologia controrivoluzionaria di massa facendo leva sull’emersione di un movimento sociale laicale devoto. Tuttavia i principi del Concilio Vaticano II aprirono un processo di evoluzione della Chiesa che non è ancora concluso e che segna momenti di arresto e tentazioni di arretramento. Dal Concilio Vaticano II emerge una figura di laicato pienamente corresponsabile dell’animazione cristiana delle società civili in cui vive, per rinnovarle operando direttamente e in modo concreto, con autonomia; come cittadini cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza (decr.Apostolicam Actuositatem,7). Questo doveva consentire ai laici di operare meglio nelle società civili. Nella realtà il laicato italiano, complessivamente, non corrisponde ancora a quel modello. E alcuni rimpiangono addirittura i tempi passati, quando il laicato era docile massa di manovra per strategie decise dall’organizzazione clericale. Scrive De Giorgi: “Da tempo…nella Chiesa cattolica sono presenti posizioni che in modo nostalgico e tradizionalistico rimpiangono i giorni dell’onnipotenza, e pensano che tali giorni siano finiti per colpa del Concilio … e non perché storicamente anacronistici nonché evangelicamente inaccettabili”.
Di fronte alla crisi di identità del clero e delle vocazioni sacerdotali e alla difficoltà del periodo post-conciliare si è assistito a una nuova concentrazione delle responsabilità nel clero. Ciò, secondo De Giorgi, ha “selezionato” il laicato, facendo emergere un laicato clericalizzato, uniformato, esecutore e producendo una laicizzazione del clero, sempre più impegnato direttamente in questioni socio-politiche. Per cambiare strada, occorrerebbe pensare a una nuova spiritualità per i laici, basata sul radicalismo evangelico; dare più spazio alle coppie di coniugi nell’attività di evangelizzazione; puntare maggiormente sulla lotta alle ingiustizie sociali e alla povertà; rendere effettiva la libertà di parola nelle comunità ecclesiali e tra i laici e la gerarchia.
“Questo è il punto: la fiducia, la franchezza, la lealtà di linguaggio fra il pastore e i laici sono di fondamentale importanza. Ma è decisivo che attraverso di essi si realizzi, nel senso ecclesiale più pieno, una vera libertà di opinione e di parola, senza la paralizzante paura dell’intervento superiore, perché viene messa nel conto e accettata – senza drammi – anche la libertà di sbagliare.”
Infine occorre superare il clericalismo e, in particolare, la clericalizzazione dei laici, i quali spesso pretendono aree da clero di bassa forza e se ne contentano. Il contesto clericale di accentramento e di controllo continuo tolgono slancio ai laici.
Osserva De Giorgi che, nell’attuale situazione
“ Non si avvicinano i lontani e si allontanano i vicini. Le parrocchie non solo si svuotano ma, quel che è peggio, si chiudono in se stesse con linguaggi incomprensibili, con incrostazioni da microfisica del potere. E’ la legge del ‘pochi ma buoni’? mah! Pochi sicuramente …”.
Nel saggio si offrono diverse altre proposte per superare i problemi che sono sorti e, in particolare,si evidenzia il ruolo molto importante che può avere la parrocchia. In generale, per l’autore, occorre sfuggire al rischio di ecclesiocentrismo, cioè “di una visione della Chiesa quasi sotto una campana di vetro, isolata dai grandi problemi sociali del nostro tempo, di cui invece occorre acquisire consapevolezza.
“Abbiamo … , sempre più spesso, comunità parrocchiali dagli occhi asciutti, che non si commuovono per i dolori degli uomini, dei poveri soprattutto, e dal volto triste, che non sorridono con partecipe letizia per le gioie vere – magari semplici e quotidiane – della gente. Ma così l’inculturazione cristiana non solo è difficile: è impossibile!”.
Le ingiustizie non sono finite. Occorre riprendere in mano i documenti del Concilio Vaticano II e i testi della dottrina sociale della Chiesa. Ai laici competerà di agire nella società in modo conseguente, con autonomia e propria responsabilità.
“Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine della società non è … della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità…”
(encic. Octogesima Adveniens, del papa Paolo VI, 1971).
La crescita nella Chiesa di un laicato autonomo e responsabile, conformemente al modello tratteggiato nei documenti del Concilio Vaticano II deve essere opera del laicato stesso, non può prodursi per diposizione della gerarchia; richiede quindi spazi di libertà d’azione anche nella Chiesa.
Mario Ardigò – AC San Clemente Papa – Roma, Montesacro, Valli