Autorità gerarchica e autonomia dei laici nella Chiesa
Durante il Concilio Vaticano II è stato definito un campo di autonomia dei laici nella loro missione di “ordinare il temporale”, vale a dire nella loro azione per proporre i principi di fede nelle società civili. Come si concilia questa autonomia con il principio di autorità gerarchica che ordina l’organizzazione ecclesiale?
Il problema non riguarda le pronunce dell’autorità ecclesiastica riguardanti la dottrina della fede, dove non c’è un ruolo laicale, ma quel magistero che si qualifica come dottrina sociale della Chiesa e che è diretto ad orientare anche i fedeli laici nel campo dove è loro riconosciuta quell’autonomia.
Storicamente si sono succeduti in Italia tre modi di intendere il rapporto tra dottrina sociale della Chiesa e azione laicale.
Nel corso del 19° secolo l’azione sociale dei cattolici ebbe un notevole sviluppo. Nel 1891 il Papa Leone XIII, con l’enciclica Rerum Novarum, intervenne nella materia, in particolare sulla questione operaia, in merito alla quale si erano prodotte convergenze e differenziazioni tra organizzazioni cattoliche e socialiste. Da tale enciclica viene fatta iniziare la dottrina sociale della Chiesa, anche se nei secoli precedenti il magistero era spesso intervenuto sull’organizzazione politica e sociale di società civili. Uno degli aspetti maggiormente caratterizzanti le pronunce propriamente di “dottrina sociale” è che l’attuazione del magistero sociale richiede la collaborazione organizzata collettivamente, in strutture ecclesiali o di altra natura, anche di fedeli laici diversi da coloro che reggono le società civili.
In una prima fase, tra il 1891 e il 1909, anno in cui sostanzialmente cade il divieto ai cattolici di partecipare alla vita politica democratica del Regno d’Italia, la dottrina sociale viene intesa come un complesso di ordini che la gerarchia ecclesiale impartisce ai fedeli laici e che necessita solamente di una puntuale esecuzione, sotto pena di sanzioni ecclesiastiche in caso di violazioni. Incorre in queste sanzioni il movimento denominato “democrazia cristiana” promosso da Romolo Murri, in quanto in esso si intendeva estendere l’azione sociale, nel quadro dei principi di fede (“ispirazione” cristiana), all’ambito politico.
Tra il 1909 e il 1965, anno i cui vennero promulgati i documenti del Concilio Vaticano II, la dottrina sociale viene invece intesa come un complesso di principi per l’azione sociale nell’ambito dei quali i fedeli laici, sotto propria responsabilità, senza coinvolgere la Chiesa, possono scegliere, in relazione alle particolarità storiche, diverse opzioni esecutive. In questo ordine di idee la Chiesa non condanna il Partito Popolare di Luigi Sturzo e la Democrazia Cristiana di De Gasperi, che facevano entrambi riferimento alla dottrina sociale della Chiesa oltre ad introdurre ciascuno ulteriori caratterizzazioni ideologiche, ma anche, almeno fino all’accentuazione della deriva totalitaria, il fascismo di Benito Mussolini, regime politico con cui il papa Pio XI conclude la “Conciliazione”, vale a dire la risoluzione della controversia denominata “Questione romana”, originata dall’abbattimento del potere temporale papale, su Roma e dintorni, attuato militarmente dal Regno d’Italia nel 19° secolo.
Dopo il Concilio Vaticano II, lo spazio di autonomia riconosciuto ai laici definisce sostanzialmente una loro corresponsabilità nella definizione dei principi di azione sociale. Il magistero sociale diviene sostanzialmente anche materia di interpretazione e di prudente valutazione da parte dei fedeli laici nei campi dove principalmente si svolge la loro missione. Del resto essi, come consulenti, hanno trovato sempre maggiore ascolto fin dalla fase di elaborazione del magistero sociale. Si è scritto, ad esempio, che nella fase preparatoria dell’importante enciclica Caritas in veritate del Papa Benedetto 16° hanno svolto un ruolo non secondario di consulenti studiosi laici italiani.
Questo nuovo ruolo dei fedeli laici comporta che essi portino all’interno della Chiesa, nelle parrocchie e nelle altre sedi dove i laici operano, il dialogo sulle varie opzioni che li hanno guidati nelle loro scelte nella società civile. Infatti laddove vi è autonomia vi è anche responsabilità: le scelte del laico nel campo suo proprio non sono indifferenti per la Chiesa, intesa non solo come autorità gerarchica ma anche, nel senso più esteso, come comunità di credenti. La responsabilità di tali scelte è anche verso tale comunità, ordinata gerarchicamente, non solo verso la società civile: il fedele laico, in quanto responsabile dello spazio di autonomia esercitato, deve accettare di mettersi in discussione all’interno della comunità ecclesiale.
Questo spiega, ad esempio, perché, nonostante la “scelta religiosa” fatta dall’Azione Cattolica Italiana sotto la presidenza di Vittorio Bachelet, che mise fine al “collateralismo” tra l’Azione Cattolica e la Democrazia Cristiana, nel senso che la prima si sentiva impegnata a sostenere il partito politico, la politica e l’impegno sociale non sono usciti dal campo d’azione dell’organizzazione ecclesiale, come specialmente ai nostri giorni si avverte con particolare forza. La riflessione sulla politica non è più condizionata dall’esigenza di sostenere quello che il politologo Gianni Baget Bozzo definì “il partito cristiano”, ma la politica, come l’azione sociale, in quanto luogo di espressione dell’autonomia del fedele laico nella sua specifica missione per la Chiesa, rimane oggetto di confronto e di riflessione nell’organizzazione ecclesiale.
Bisogna anche rendersi conto che non tutte le affermazioni teologiche hanno lo stesso valore.
Nel libro di Pierre Riches, Note di Catechismo per ignoranti colti, Mondadori, 1982, attualmente non più disponibile nelle librerie, veniva riassunta la gerarchia delle affermazioni teologiche. Evidenzio naturalmente che si tratta dell’opinione di uno scrittore, sebbene sacerdote, non di una pronuncia autorevole del magistero cattolico. La sua verità va sottoposta a vaglio critico. Finora però non ho riscontrato che contrasti con il magistero.
Dunque, Riches, riassume la questione definendo in nove “note” (gradi) il valore delle affermazioni teologiche, dove man mano che si scende al primo al nono la loro forza diminuisce.
“1.Dottrina di fede divina: sono le affermazioni che si fanno derivare direttamente dalle Sacre Scritture.
2.Dottrina di fede cattolica definita: affermazioni che si deducono in parte dalla Bibbia, sulle quali la Chiesa ha riflettuto e che sono state definite solennemente in Concili Ecumenici o da pronunce dei Papi (l’autore, nel 1982, afferma che solo nel caso della definizione di dogmi dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione si sono avute pronunce papali di questo tipo) .
3.Dottrina di fede cattolica dedotta dal magistero ordinario della Chiesa: insegnamenti impartiti “semper et ubique”, sempre e dovunque, da molti Padri, vescovi, Papi, ma mai solennemente definite da un Concilio Ecumenico o da un Papa.
4.Dottrina prossima alla fede: affermazioni ormai acquisite che tuttavia hanno bisogno di precisazioni e chiarificazioni per essere accettate da tutti.
5.Dottrina certa (ad es.: Gesù aveva dieci dita): si deriva da una dottrina di fede divina o di fede definita, aggiunta a un ragionamento.
6.Dottrina di fede ecclesiastica (ad es.: Francesco d’Assisi è veramente Santo): affermazioni solennemente proclamate dal magistero, ma che non riguardano direttamente i fondamenti della fede.
7.Dottrina comune: dottrina generalmente accettata, ma sulla quale possono esserci parecchi dissensi.
8.Dottrina più comune (ad es.: la guerra difensiva è legittima);
9.Dottrina meno comune (ad.: es. dopo l’introduzione delle armi nucleari, la guerra non è mai legittima).”
Riches precisa che si definiscono “dogmi” le formulazioni di verità ritenute dalla Chiesa fondamentali e permanenti, per esempio quella che afferma che Dio è uno e trino. Egli precisa che per essere cattolici, cioè in piena comunione con la Chiesa di Roma, basta accettare –al limite- le affermazioni classificate ai primi due gradi della scala. Scrive tuttavia:
“Evidentemente il primo requisito per dissentire è l’umiltà da parte del dissenziente. Bisogna cercare di essere informati, di sapere esattamente ciò che l’affermazione comporta, conoscere la storia delle dottrine. Man mano che la forza della nota diminuisce, il dissenso è più libero. Uno è eretico se dissente da affermazioni che cadono sotto le due prime note, è temerario se dissente dal magistero ordinario…”.
Con riguardo alla dottrina sociale, l’esercizio dell’autonomia laicale non comporta però necessariamente dissenso: proprio in forza di quell’autonomia il più delle volte si tratterà di una particolare interpretazione dei principi di azione sociale formulati dal magistero in relazione a determinate situazioni contingenti, nei campi d’azione e nelle materie in cui tale autonomia, con la conseguente corresponsabilità, è riconosciuta.
Mario Ardigò – AC San Clemente Papa – Roma, Montesacro, Valli