venerdì 1 maggio 2026

Primo Maggio

 

Primo  Maggio

  (1-5-2026)

 

Oggi è il Primo Maggio, festa civile della Repubblica. Un’altra di quelle ricorrenze delle quali non si capisce più bene che cosa significhino. I sindacati continuano a indire manifestazioni e a Roma c’è il grande concerto a piazza San Giovanni. Come gli altri anni, anche quest'anno, al centro dell'attenzione vi saranno gli incidenti mortali sul lavoro, il precariato sul lavoro, e l'insufficienza delle retribuzioni di molti lavoratori dipendenti. Si è constato che il potere d'acquisto di tali retribuzioni  ha continuato a calare, come da circa vent’anni. I datori di lavoro, in mancanza di meccanismi automatici di recupero dell’inflazione, trovano conveniente lasciar scadere i contratti collettivi senza rinnovarli. La forza contrattuale dei sindacati è molto diminuita, anche perché, a seguito delle modifiche legislative degli ultimi anni, il lavoro dipendente si è fatto più precario e vi è il timore di perderlo se ci si agita.  La Festa dei lavoratori, però, vuole spingere all'azione collettiva per migliorare la condizione dei lavoratori. 

 Quest’anno si parlerà anche delle conseguenze per i lavoratori della fase recessiva causata dalla guerra scatenata contro la Repubblica islamica dell’Iran dagli Stati Uniti d’America e dallo Stato di Israele: come osservato sul New York Times qualche giorno fa, l’unico stato del mondo a beneficiarne sono stati appunto gli Stati Uniti d’America, ma non per tutti i loro cittadini, bensì solo per la frazione più ricca della popolazione. Sembra impossibile contenere questa violenza, recata utilizzando la supremazia tecnologica, fallendo però la gran parte degli obiettivi che ci si prefiggeva. L’effetto collaterale, la crisi recessiva, colpirà i lavoratori di tutto il mondo, sia a causa dell’aumento inarrestabile dei prezzi al consumo sia a seguito dei licenziamenti causata dalla crisi della produzione e dei commerci.

 A tutto questo si aggiungono gli effetti dell’introduzione di sistemi robotizzati, governati da algoritmi di intelligenza artificiale, in ogni settore economico.

  Sarebbe necessario un sistema di interventi pubblici, a livello nazionale, europeo e mondiale per una politica dei redditi che consenta l’equa distribuzione o ridistribuzione della ricchezza provento del lavoro. E’ ciò che, fin dall’enciclica Delle novità – Rerum novarum, del 1891, la dottrina sociale della Chiesa cattolica chiede alla politica e ai pubblici poteri. In regimi democratici questo obiettivo dovrebbe essere più a portata di mano, perché, in teoria, dovrebbero prevalere le maggioranze, e, nell’attuale economia, la maggioranza delle popolazione ha la peggio nelle dinamiche economiche. Ma questo non accade.

  Il Primo Maggio è la festa dei lavoratori. Non propriamente del lavoro, ma dei lavoratori. E più precisamente dei lavoratori che unendosi vogliono rivendicare e provocare un mutamento dell’ordinamento sociale e politico.  E’ infatti all’origine una festa comunista, proclamata nel 1889 dalla Seconda Internazionale. Poi divenne comune a tutti i movimenti socialisti di ispirazione marxista. Ha quindi connotato essenzialmente politico, anche se il primo obiettivo a breve termine dei comunisti della Seconda Internazionale fu prettamente sindacale, vale a dire l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore. Venne concepita come occasione per i lavoratori di manifestarsi pubblicamente nella società come gruppo organizzato con obiettivi politici, rivendicando la piena legittimità di questa condotta, a fine Ottocento e poi in seguito non sempre riconosciuta dagli ordinamenti giuridici. E’ una festa a carattere internazionalista, secondo i principi del movimento comunista, che volle riunire i lavoratori di tutto il mondo per quelle finalità politiche, al fine di realizzare i mutamenti auspicati, di carattere rivoluzionario. Non riguarda quindi i lavoratori di una determinata area geografica o politica, ma tutti i lavoratori, secondo l’invito che conclude il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels del 1848: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”.

 Nella concezione marxiana vi sono due tipi umani: chi lavora e non guadagna abbastanza e chi guadagna e non lavora. Il primo è il lavoratore salariato, al quel si dà come retribuzione solo quello che basta per mantenerlo in vita e non quello che corrisponde alla ricchezza creata con il suo lavoro, il secondo è il borghese, che organizza il lavoro in quanto proprietario dei mezzi di produzione. In questo consiste l’alienazione del lavoro. Secondo Marx ciò dipende dal ruolo politico, e non solo economico, assunto dalla borghesia.  Il comunismo marxista intese e ancora intende far assumere un ruolo politico ai lavoratori. I marxisti ortodossi ritennero e ritengono che ciò richieda ad un certo punto un’azione violenta a carattere rivoluzionario, secondo quanto espresso da Marx ed Engels nel citato Manifesto del Partito Comunista: “I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Essi dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l’abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente. Tremino pure le classi dominanti davanti a una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdere in essa fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare”. In quest’ottica la violenza rivoluzionaria, la rottura dell’ordine costituzionale vigente, viene giustificata in quanto inevitabile sbocco di un processo storico per cui l’ordine sociale, economico e politico borghese sviluppa in se stesso le forze e i moventi che determineranno il suo superamento. L’osservazione “scientifica” di tale processo doveva convincere i comunisti, parte più consapevole dei lavoratori (“i comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che spinge sempre in avanti; dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato per il fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario” dal Manifesto cit.), ad assumere la guida del movimento rivoluzionario, al fine di accelerare la transizione verso il nuovo ordinamento.

 L’esperienza socialista e comunista dimostrò chiaramente che i lavoratori avevano invece molto da perdere in una rivoluzione violenta e che l’obiettivo di un mutamento dell’ordine politico in modo da migliorare le condizioni dei lavoratori e da accrescere il loro contributo al governo della società poteva essere perseguito con minor danno con mezzi non rivoluzionari, organizzandosi e agendo secondo principi democratici che consentissero ai lavoratori di influire con il voto e l’azione politica a riforme molto estese. Questo è appunto quello che venne e viene definito “riformismo” a carattere sociale, un concetto ancora attuale tanto che in questo si vuole individuare uno dei caratteri distintivi del nuovo Partito Democratico. Il movimento dei cattolici democratici nel corso del Novecento, pur non federandosi mai al movimento socialista di ispirazione marxista, aderì a quest’ordine di idee, che era molto di più di quanto consigliato all’epoca dalla dottrina sociale della Chiesa, comportando ad esempio l’auspicio del suffragio universale e quindi l’introduzione di una partecipazione generalizzata della popolazione al governo della società e l’autonomia dei laici in politica. Ciò inizialmente, e anche successivamente in varie occasioni, non fu ben accolto dalla gerarchia. Lo dimostra la vicenda umana del sacerdote Romolo Murri, fondatore della FUCI-Federazione Universitaria Cattolica Italiana (negli anni ’80 abbiamo murato una lapide sulla casa, vicina all’attuale Parlamento, dove avvenne la fondazione), colui che coniò l’espressione “democrazia cristiana”: accusato di modernismo, fu sospeso “a divinis” e addirittura scomunicato.

  Durante il ventennio fascista, soprattutto a partire dagli anni ’30, in ambito cattolico, nella FUCI  e nel Movimento dei Laureati Cattolici soprattutto, maturarono idee antifasciste che si proponevano la riorganizzazione dello Stato su basi democratiche e di progresso sociale. Ci si voleva distanziare nettamente da un lato dalle dittature fasciste e da quella sovietica, dall’altro dalle democrazie borghesi dell’epoca. Si può prendere come importante punto di riferimento di questo movimento il cosiddetto “Codice di Camaldoli” (in origine denominato “Per la comunità cristiana. Principi dell’ordinamento sociale a cura di un gruppo di studiosi amici di Camaldoli”, elaborato a partire dalla Settimana di teologia per laici organizzata tra il 18 e il 24 luglio 1943 dal Movimento dei Laureati Cattolici). In questo documento si legge ad esempio: “Nella nostra epoca storica e nelle condizioni di civiltà dei Paesi più progrediti è richiesto un ordinamento il quale sia fondato: a)sopra il diritto di tutti indistintamente i cittadini e delle forze sociali a partecipare in forme giuridiche all’attività legislativa, amministrativa e giudiziaria dello Stato; b)sopra il diritto dei cittadini di scegliere e designare gli investiti della pubblica autorità; c)sopra la responsabilità giuridica degli esercenti la pubblica autorità verso gli altri cittadini, a prescindere dalle responsabilità morali e storiche che sono connesse coll’esercizio della sovranità, qualunque sia la forma di stato. Come condizione imprescindibile di questo diritto di partecipazione dei cittadini alla formazione e all’esercizio delle funzioni dello stato e di quest’obbligo di responsabilità, nasce l’esigenza delle indispensabili libertà politiche del cittadino e delle forze sociali, da esercitarsi in armonia con la legge morale: il diritto di non vedersi imposte  opinioni politiche e di essere protetto da violenze e arbitri, a causa delle medesime; il diritto di essere protetto e, se necessario, assistito, nell’esercizio effettivo della libertà di stampa, di riunione e di associazione; il diritto di discutere e deliberare in seno e per mezzo delle rappresentanze politiche sull’indirizzo generale della politica dello stato e sugli atti del governo …  Una società ben ordinata deve dare…a ciascun uomo la possibilità di esplicare nel lavoro la sua energia e di conseguire un reddito sufficiente alle necessità proprie e della propria famiglia … Le nobili prerogative del lavoro, la sua funzione al tempo stesso individuale e sociale, il fatto che il rapporto di lavoro riguarda direttamente la persona umana, possono richiedere interventi della comunità diretti a: 1)regolare l’esercizio dei diritti e in particolare  del diritto di proprietà in modo da indurre anche quei membri della comunità che si limitano a trarre dalla loro proprietà i mezzi di sussistenza loro occorrenti ad assumere il peso e la responsabilità di un lavoro, ferma restando la libertà di adempiere al dovere del lavoro attraverso la libera scelta dello stato professionale; 2)creare condizioni perché ogni individuo professionalmente capace abbia possibilità di conveniente occupazione nei casi in cui tali condizioni vengano durevolmente a mancare indipendentemente dalla volontà dei lavoratori disoccupati; 3)consentire al lavoratore  di partecipare effettivamente ed attivamente, attraverso appropriati istituti, alla formulazione delle condizioni di lavoro ed alla determinazione dei criteri di retribuzione. Detti interventi sono giustificati da esigenze che attengono alla funzione individuale e sociale assolta dal lavoro e non soltanto da rilevanti, seppure opinabili, motivi di convenienza economica. … I beni materiali sono destinati da Dio a vantaggio comune di tutti gli uomini. Nel campo economico, la giustizia sociale si risolve, fondamentalmente, nella attuazione di questo principio. Appartiene quindi alla giustizia sociale di promuovere una equa ripartizione dei beni per cui non possa un individuo o una classe escludere altri dalla partecipazione ai beni comuni. A fondamento di tale equa distribuzione deve porsi una effettiva e non solo giuridica eguaglianza dei diritti e delle opportunità nel campo economico, per cui, tenuto conto delle ineliminabili differenze nelle doti personali, nell’intelligenza, nella volontà, sia attribuito a ciascuno il suo secondo giustizia e non secondo i privilegi precostituiti o conferiti da un ordinamento che ostacoli taluni individui o gruppi sociali nello scopo di migliorare le loro condizioni. E’ proprio della giustizia sociale instaurare un ordine nel quale i singoli dia tutto quanto essi sono in grado di apportare al bene comune e ottengano quanto è necessario per un armonico sviluppo delle energie individuali, quale sia consentito dalle condizioni di ambiente, di tempo e di luogo. …. Riguardo alla proprietà dei beni occorre distinguere tra beni di consumo e di godimento destinati a soddisfare bisogni personali, familiari e collettivi, e beni strumentali destinati invece alla produzione di ricchezza. La proprietà privata dei beni strumentali ha una funzione sociale tanto più accentuata quanto più è rilevante la quantità e la qualità dei beni che l’impiego di detti strumenti permette di ottenere. Tale funzione sociale si manifesta, da un punto di vista tecnico, nella ricerca della più appropriata utilizzazione dei mezzi di produzione, nel loro sviluppo in relazione ai bisogni comuni, e nella cessione a un giusto prezzo dei prodotti ottenuti.”

 Quando si trattò di elaborare la nuova Costituzione repubblicana, l’apporto dei cattolici democratici fu molto intenso, appunto perché avevano  già messo a punto l’impianto programmatico di cui ho detto. E ciò mentre le residue componenti liberali miravano sostanzialmente alla restaurazione dello stato pre-fascista e socialisti e comunisti erano ancora propensi all’ipotesi rivoluzionaria, nonostante aggiustamenti tattici.  E’ accaduto quindi che principi cardine del movimento socialista internazionale riformista, in particolare quello della riorganizzazione dell’ordinamento politico su basi lavoristiche, siano stati introdotti nella nuova Costituzione mediati dalla riflessione dei cattolici democratici. Ne è derivata una caratterizzazione fortemente lavoristica della carta fondamentale.  I lavoratori e il lavoro sono contemplati  nei primi quattro articoli della Costituzione vigente, inseriti nella parte dedicata ai “Principi fondamentali”. All’art.1 la giustificazione e legittimazione della sovranità popolare viene individuata nella dignità del  lavoro: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Viene indicato come compito essenziale della Repubblica di “rimuovere” gli ostacoli di  ordine economico e sociale che impediscono “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”: con il che si è intesa accogliere pienamente l’istanza socialista di realizzare un mutamento dell’ordine costituzionale che consentisse ai lavoratori di partecipare al governo dello stato e dunque di riorganizzare lo stato, con metodi democratici però, in modo da impedire lo sfruttamento ingiusto del lavoro dell’uomo, l’ “alienazione” del lavoro dell’uomo. Tutto il titolo III, dall’art.35 all’art.47, è manifestazione delle stesse esigenze. Voglio anche far notare che l’importanza grandissima data al lavoro, ai lavoratori, alla giustizia sociale è unita, nella Costituzione, all’irrilevanza  di ogni connotato etnico, di stirpe, linguistico, nel nuovo stato. E’ scritto infatti all’art.3, 1° comma: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Spesso non si riflette abbastanza su quello che questo significa: per essere cittadini della Repubblica non occorre essere etnicamente italiani, non occorre neppure saper parlare l’italiano! Le tre volte in cui nella Costituzione si parla di “Nazione” (art.9, 2° comma: “<la Repubblica> Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Art.67: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.  Art.98, 1° comma: “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”.) non lo si fa mai per denotare il carattere etnico della Repubblica. Si prefigura un nuovo ordinamento internazionale che realizzi “pace e giustizia” tra “le Nazioni”, all’interno del quale si consentono le “limitazioni di sovranità” necessarie a realizzarlo: una giustizia sociale su scala mondiale che riecheggia le istanze internazionaliste del movimento socialista.

  Oggi molte delle idee che vennero espresse nella Costituzione vigente non vengono più sentite come attuali. E’ per questo che non si sa più bene che cosa e perché festeggiare il Primo Maggio. E’ molto diminuita la solidarietà tra i lavoratori, sostituita dalla solidarietà all’interno delle varie corporazioni. Non è più colto il nesso tra l’effettivo esercizio della sovranità da parte dei lavoratori e i miglioramenti delle condizioni sociali dei lavoratori medesimi intervenuti negli ultimi sessanta anni. Ad esempio sembra naturale che le cure mediche e ospedaliere e le medicine siano fornite gratuitamente, o quasi, a tutti. O che le retribuzioni dei lavoratori non possano in ogni caso scendere sotto i minimi stabiliti dai contratti collettivi di diritto comune, che vengono applicati dai giudici ai sensi dell’art.36 della Costituzione, come parametri  di “una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del … lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. E infatti si va progressivamente realizzando un progressivo deterioramento delle condizioni dei rapporti di lavoro, con particolare riferimento alla loro crescente precarizzazione, e di altri istituti del cosiddetto “stato sociale”.

 D’altra parte gli italiani hanno preso a sfruttare, nel senso marxiano del termine, il lavoro altrui, in particolare quello degli stranieri, sia di quelli immigrati in Italia, sia di quelli che all’estero producono per noi. Molti beni di nostro uso comune da noi costano sempre meno perché prodotti all’estero da manodopera ingiustamente retribuita. Nell’edilizia, nella ristorazione, nell’agricoltura e in molti altri settori ingenti profitti degli italiani e risparmi per i consumatori sono realizzati con lo stesso metodo.

 C’è in Italia una larga fascia di lavoratori, costituita dagli immigrati che non hanno acquisito la cittadinanza italiana, che non ha diritti politici e che quindi non può migliore le proprie condizioni sociali. Essa, per ora,  è mantenuta in tale condizione da parte della maggioranza della popolazione italiana, quella costituita dai cittadini italiani, in gran parte lavoratori.

 Oggi questa situazione sociale sembra sostenibile, per quanto ingiusta. Ciò dipende dal fatto che da molti anni in Europa non abbiamo sperimentato crisi economiche gravi. Se una crisi del genere dovesse verificarsi l’ingiustizia sociale si trasformerebbe in una bomba sociale e il sistema collasserebbe.

  E’ stato osservato che le leggi economiche individuate dagli specialisti sono considerate un po’ come leggi della natura, quasi che non si potesse influire più di tanto su di loro. E’ una visione analoga a quella dei marxisti ortodossi. In realtà l’esperienza storica dimostra che l’economia è parte dell’assetto istituzionale di una società e che essa può essere regolata da leggi giuste o da leggi ingiuste. E fatalmente le leggi tendono ad essere ingiuste verso coloro che non hanno voce in capitolo nella loro formulazione. E’ quindi ancora giustificato l’imperativo costituzionale di consentire a tutti i lavoratori il più ampio accesso al governo dello stato e delle altre istituzioni pubbliche.

  Negli dieci anni si è manifestata quella che verosimilmente sarà una delle più grandi rivoluzioni tecnologiche nella storia dell’umanità, quella dell’intelligenza artificiale, ma sarebbe più preciso chiamarla non umana, perché non si vuole riprodurre la mente umana, ma crearne una enormemente più potente e versatile. Per farlo si è imitato il funzionamento dei nostri neuroni. A differenza della  nostra mente, il funzionamento di quell’intelligenza non umana richiede un dispendio energetico rilevantissimo. Ad oggi, quindi, l’impiego di manodopera umana è ancora più economico, ma nel prossimo futuro probabilmente non sarà più così. Così il lavoro umano tenderà a divenire inutile, soppiantato da quello non biologico. Questo causerà un problema sociale rilevantissimo. I proprietari dei sistemi di intelligenza non umana tenderanno ad acquisire un rilievo politico sempre più importante. Questo richiederà ancor più la solidarietà dei lavoratori umani per ottenere leggi per prevenire l’impoverimento progressivo e l’emarginazione di fasce della popolazione sempre più vaste.

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli